Il bond, il brut & il cattivik

Della proposta di nuova legge elettorale su cui ci sarebbe l’accordo nella maggioranza di governo (il condizionale è d’obbligo perché appena fatto l’accordo, il vicevice plenipotenziario di Fdi, Donzelli, ha – pentito – annunciato un emendamento) c’è una sola chiara: agli elettori verrà chiesto un atto di fede, non di scegliere ma di aderire.

Si voterà un simbolo lasciando a un infernale, e ai più di difficile comprensione, sistema di attribuzione dei seggi, la definizione delle Due Camere.

La proposta ha anche un nome Stabilicum che è tutto un programma, cambi di casacca a parte.

“O tempora, o mores! In questo Parlamento di Confusio Generalis, annuntiamus il gran Stabilicum, la lex che vorrebbe trasformare il Chaos in Rigidus”.

Nessuna novità si dirà: finora comunque per le Camere si è votato sempre per adesione e non per scelta.

Le preferenze, cioè il diritto dell’elettore di scegliersi il proprio rappresentante, non ci sono.

Donzelli (il cui partito primo azionista di questa maggioranza) prima ha fatto l’accordo per escluderle (e si può immaginate che il punto probabilmente sarà stato oggetto di lunga discussione) e poi ha annunciato l’emendamento al testo per introdurle (cambiando la natura della stessa proposta).

A parte i continui cambi della legge elettorale per le Politiche, a parte per la coesistenza di sistemi elettorali totalmente diversi per le elezioni del Parlamento Europeo, le Regioni, i Comuni e i condomini, su una cosa non si transige chi va a Roma deve essere scelto dal “capo”.

Listini chiusi. Unti dal signore di turno.

Poi non deve meravigliare se il livello della classe politica è infimo: la fedeltà, l’adesione al verbo del Capo non prevedono l’uso della Ragione. E poi, si vuol mettere, la gran parte della nostra classe dirigente – a tutti i livelli – è costituita da gente che, a tutti i livelli, non ha mai lavorato (i più sfacciati si inventano le peggio cose nei curriculum che pubblicano perchè obbligati: la gran parte giornalisti che nessuno ha mai visto in una redazione o in giro, consulenti di non si sa cosa, liberi professionisti dove libero è dal molto tempo libero).

Quindi c’è la reale esigenza di procurare stipendi.

David Van Reybrouck, un politologo belga, nel 2013 ha scritto un libro dal curioso titolo “Contro le elezioni- Perchè votare non è più democratico” (Feltrinelli, 2015) nel quale partendo dall’esperienza belga (stato rimasto senza governo per oltre 500 giorni senza apparenti disastri) giunge alla conclusione che per come siamo messi e per com’è messa la nostra democrazia sarebbe preferibile il sorteggio tra i cittadini per l’assunzione delle cariche pubbliche piuttosto che votare.

Per la verità ben prima di Van Reybrouck un mio collega della redazione del Mattino di Caserta, Claudio Coluzzi, vaticinava questa strada quando leggeva ad alta voce i proclami di vati politicaneti locali.

“Peggio non ci potrà andare”, esclavama convinto.

E aveva (e ha ragione).

Del resto il sorteggio è ora nella Costituzione Italiana (a patto di essere confermato nel prossimo Referendum) e quindi il sistema è politicamente sdoganato. Anche dalla maggioranza politica che ha fatto la proposta di legge elettorale senza preferenze e con i contorcimenti tecnici.

Ricorda Van Reybrouck che per Aristotele

“Il principio fondamentale del regime democratico, è la libertà […]. Uno dei tratti distintivi della libertà è l’essere a turno governati e governanti”.

Un pensiero vecchio di venticinque secoli, ma sempre incredibilmente valido.

La libertà non è: essere sempre noi al potere.

Non è neanche: non dover rispettare il potere.

E ancora meno: rassegnarsi passivamente al potere.

La libertà è l’equilibrio tra autonomia e lealtà, tra governare ed essere governati.

Oggi, in un’epoca in cui “l’oligarchizzazione della democrazia” imperversa in modo ancora più virulento rispetto a venticinque anni fa è una verità che sembra totalmente dimenticata.

Avanti signori, prepariamo le bussole!

 

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