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Il bond, il brut & il cattivik

Nel mondo ci sono 5.000 Zone Economiche Speciali: in generale, offrono vantaggi fiscali  e stimolano la crescita economica tramite l’attrazione di investimenti diretti esteri e la crescita delle imprese locali.

E in Italia? Con il governo Gentiloni si istituiscono otto ZES in Abruzzo, Campania, Calabria, Sicilia occidentale, Sicilia orientale, Sardegna, Adriatica (composta da Molise e Puglia settentrionale) e Ionica (composta da Puglia meridionale e Basilicata). Ogni ZES rappresenta una specifica zona geografica, con specifici comuni, attorno ad un’area portuale principale e a una o più aree retro-portuali e industriali.

Questi comuni rappresentavano una piccola parte del totale regionale: ad esempio, per la ZES Sardegna, erano inclusi 15 comuni su 377; per la Campania 37 su 550. La durata delle ZES era fissata tra 7 e 14 anni.

Poi a inizio 2024 è stato deciso che tutto il Mezzogiorno era una Zes (con le appendici elettorali di Umbria e Marche).

Al 31 marzo 2026 le autorizzazioni date sono 1.107 (non 1.108 come riportato nelle note ufficiali in quanto nell’elenco ufficiale dell’anno 2025 non c’è il numero cronologico 290: si passa da 289 a 291).

Numeri alla mano, la Zes è alla fine un “affare” campano e pugliese: il 71% delle autorizzazioni finisce nelle due regioni (tocca l’85% se si aggiunge la Sicilia).

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La zes è circondata da grande entusiasmo, ma ha un problema. Per iniziare.
I dati sulla Zes sono ex ante: sono autorizzazioni rilasciate sulla base del compimento del percorso amministrativo.

Cioè il pagamento delle fatture dei fornitori alle aziende che chiedono di poter usufruire del credito d’imposta.

La realtà, oltre le fatture, è da vedere.

Quanto alla diffusione degli effetti, la “Zes Unica” sostanzialmente interviene in aree già forti.

Basta solo osservare che il 22% delle autorizzazioni va in sette comuni (sul totale di 2.551 del Mezzogiorno): cinque campani Caivano, Nola, Giugliano, Acerra (Napoli), Scafati (Salerno) , tutti sedi di aree industriali molto affollate, uno siciliano (Carini) e uno pugliese (Andria) e comporta molti “ampliamenti” o “ristrutturazioni”.

A Caivano (Napoli), che ha una grande area industriale, su 54 autorizzazioni date, 31 sono ampliamenti o ristrutturazioni. Acerra 15 su 28.

Mentre Nola, sede di un grande interporto, del Cis (area di insediamenti industriali e commerciali),  e un’area Asi molto ampia su 45 autorizzazioni, 41 sono per nuovi insediamenti.

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Per Basilicata, Molise e Sardegna la Zes è zoppa: la Carta degli aiuti a finalità regionale, proposta dall’Italia e adottata dalla Ue, ha stabilito che hanno un Pil pro capite più alto e quindi il credito d’imposta Zes è tagliato del 10%.

Basilicata, Molise e Sardegna hanno due cose in comune e la dannazione della divisione (con il dividendo gonfiato e il divisore sgonfiato): hanno pochi abitanti e soprattutto una parte determinante del Pil è condizionata da una sola produzione realizzata in un unico impianto con valori molto importanti.

Ne parlo diffusamente qui.

Per cui queste tre regioni sono meno convenienti.

La Sardegna ha una zona, il Sulcis Iglesiente, che ha un regime speciale come la provincia di Taranto con l’Ilva che porta l’intensità degli aiuti anche al 70% ma anche per via del continuo cambio delle aree provinciali non si capisce molto se ha avuto o meno successo: comunque se si considera incorporata ancora a Cagliari il risultato è quasi nullo con 4 autorizzazioni in tre anni!

Quindi, in attesa di avere qualche numero ex post, si può concludere che la Zes ha aiutato l’area del Mezzogiorno più forte con quello che si chiama effetto di spiazzamento, crowding out.

 

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