All’inizio mi sono detto: “Questa musica mi ricorda qualcuno, ma sarà un remix”. Poi ascoltando ascoltando ho capito che quel qualcuno era Benny Benassi, forse il più famoso Dj italiano (vincitore peraltro di un Grammy Award).
La questione però è che la musica di Benny Benassi quel giorno io l’ho ascoltata su una spiaggia turca (peraltro spiaggia del Comune di Urla con ingresso a pagamento 450 lire turche, meno di dieci euro per sdraio e ombrellone…….), così come poco dopo Ornella Vanoni (Sant’allegria, Jack Sani remix), e poi Alfa e altri.
E poi i negozi pieni di cibo italiano, i mercati con i vestiti italiani, e poi i trattori di Antonio Carraro.
I turchi amano l’Italia e gli italiani. Qualcuno dovrebbe pur venderla, oltre le chiacchiere e dalla parte delle imprese vere!
Prodotti italiani griffati (e alcuni immagino solo per i marcati esteri come le varie paste di Barilla) insieme a prodotti locali che si richiamano a quelli italiani: la pasta la possono produrre tutti, non si deve avere la benedizione di nessun difensore dell’identità nazionale.
Però guardando gli scaffali si scopre quanta pasta italiana c’è.
Ricordate il boicottaggio proposto da taluni contro la Pasta Rummo dopo la visita di Salvini nello stabilimento di Benevento? I turchi la comprano a quasi 12 euro al chilo, la Barilla a due euro.
Immagino che il boicottaggio dei bontemponi sarà per un’altra volta!
Se riesci a frati capire – il turco è veramente turco nel senso che è davvero una lingua incomprensibile (grazie Google per il traduttore!) – le persone ti spiegano che “sì c’è pure la pasta turca e greca, ma quella italiana è un’altra cosa”.
Per i maître a penser del nazionalismo italico la pasta turca e greca sono esempi di “italian sounding”, cioè di prodotti che richiamano l’Italia senza essere italiani e per questo meritevoli della fustigazione sulla pubblica piazza.
Torna in mente uno dei passaggi più importanti di “Italici e città” di Luca Meldolesi:
I produttori dell’agro-industria italiana lamentano, ad esempio, che solo l’8 per cento delle merci alimentari che fanno riferimento all’Italia è prodotto in patria. Ma anche qui esiste un rovescio della medaglia. Perché il dato dell’8 per cento implica che il 92 per cento di quegli alimentari ha una provenienza (in larga misura) italica. Ciò perpetua l’interesse generale per la nostra “civilizzazione culinaria”, mentre nello stesso tempo (anche come effetto indiretto di quella vastissima platea gastronomica italica) il prodotto italiano di qualità, che è generalmente più caro, mantiene il suo primato relativo: una buona fetta del mondo intero glielo riconosce (e sogna di venire in Italia per gustarlo alla fonte).
Vale la pena dare un’occhiata all’import e all’export con la Turchia per intendere quali sono i veri commerci e come l’italian sounding sia derubricabile a piccola propaganda.
Partiamo dall’import
Anzitutto si tratta di valori molto bassi: 12 miliardi di euro nel 2024 (poco meno di tutto l’export della sola provincia di Napoli che è stato intorno al 14 milioni).
La quota più rilevante (oltre il 23%) sono le auto: in Turchia c’è uno stabilimento della Fiat e ci sono auto (abbastanza brutte) prodotte solo per il mercato turno.
Non va molto meglio l’export italiano.
Non arriva a 18 miliardi di euro (su 626 miliardi totali, un misero 2,8%) e per il 30% trattasi di gioielli: si potrebbe immaginare anche una triangolazione con destinazione altri mercati, considerato che negli ultimi due anni (2022-2024) la crescita è stata di quasi il 370%!
Con l’eccezione dell’abbigliamento, tra i primi 10 settori si tratta di prodotti del meglio della tecnologia italiana: macchine per l’industria e anche prodotti chimici e plastici.
Poco fuori della Top 10 c’è anche l’export di petrolio greggio 261 milioni di euro che arrivano dalla quota Shell delle estrazioni in Basilicata (motivo per il quale reclamo, inascoltato, l’iscrizione della mia amata regione nell’Opec!).
E l’alimentare per il quale siamo pronti a un’ennesima crociata?
Vale solo 1,8% di tutto l’export (pari a 325 milioni di euro).
Se è così basso è evidente che non è colpa della pasta turca e greca, ma delle chiacchiere.
Vuoi vedere che la migliore promozione del Bel Paese la fanno meglio le canzoni che la massa di chiacchieroni che discettano di prodotti tricolori come se fossero bandierine da piantare piuttosto che moneta da far circolare?
A proposito la Turchia è uno stato giovane, tecnologicamente all’avanguardia e con una quota di popolazione alto spendente: interessa vendere qualcosa?